VINCITORI SEZIONE A – POESIA
PRIMO PREMIO – Visione di un viaggiatore solitario – Colombo LGE Maria (Boviso Masciago-MB)
VIAGGIATORE SOLITARIO
Vidi una costruzione strana
e piccoli uomini con in testa dei caschi,
appollaiati su un tetto di una casa in costruzione,
di strana forma e di strani colori.
Sembravano usciti da uno di quei quadri di Bosch
dove le figure appaiono rovesciate,
intente a farsi la guerra, con elmi di ferro
e piccoli occhi che frugano ovunque
e gesti inconsulti, in lotta l’un l’altro.
Un mondo caotico sempre in conflitto,
con creature grottesche, bizzarre,
lacerate nel profondo, ferite dal peccato,
un’umanità che geme confusa e dolente.
Ai bordi della strada si parò davanti a me
un viaggiatore solitario, pareva un gigante.
Come davanti a visioni di epoche lontane,
il suo viso non aveva una ruga,
né i segni della fatica del tempo,
qualcosa di vivo e di segreto portava nella sua bisaccia.
Fui scossa dal suo sguardo, colsi l’attimo
fuggente: era cercatore d’assoluto,
sospingeva la barca della speranza,
affidava la bellezza dell’annuncio ai mille colori,
ai mille volti, alle mille storie che portava in sé.
Desta nostalgia la voce del cielo,
è feconda e genera vita, si erge intatta
e si curva su ciascuno di noi
con le braccia spalancate, gonfie di tenerezza.
Il titolo della poesia – ossimoro – prospetta un viaggio Rivelatore. La strada appare, a chi la intraprende, disseminata di conflitti, di uomini in lotta tra loro: il male pervade l’umanità! Ma, poi, ai bordi di questa strada, una visione: un viaggiatore solitario, luminoso, che sospinge una barca: la barca della speranza!Ecco laRivelazione: la luce della speranza. L’autore ci offre una allegoria del viaggio della vita: c’è il male, ma c’è, anche, la voce del cielo, il bene, la possibilità per la salvezza dell’umanità.
SECONDO PREMIO – Poeti giardinieri – Franzetti Federica (Angera – VA)
POETI GIARDINIERI
Scrivere poesie
è come trapiantare fiori
per donare vivacità
ai balconi di casa;
niente di utile o di redditizio
– si può certo vivere senza i fiori –
ma ti perderesti la fragranza
e la meraviglia dei colori!
Delle piante non cogliamo i frutti,
ci accontentiamo di cantarne l’allegria
racchiusa nei loro freschi germogli.
Giardinieri dell’anima
sono i poeti
floricoltori di parole,
coltivatori di emozioni.
Ma i miei versi
sono fiori spontanei
in un prato d’estate:
macchie di meraviglia
fra la monotonia monocolore.
L’opera scorre come gentile ode ai poeti. Essa descrive con sensibilità la bellezza della poesia attraverso i colori e la fragranza dei fiori che i poeti le affidano. Figure retoriche sapienti – metonimie, sinestesie – arricchiscono la narrazione. Una citazione sublime dedicata ai POETI GIARDINIERI. “Viva la poesia! Dobbiamo recuperare il gusto per la letteratura nella nostra vita, ma anche nella nostra formazione altrimenti siamo un frutto secco. La poesia ci aiuta tutti a essere umani, e oggi ne abbiamo bisogno”.
TERZO PREMIO – Gli occhi della solitudine – Pansera Giulia Andrea (Treviglio-BG)
GLI OCCHI DELLA SOLITUDINE
Esistono deserti di silenzio
In parole smarrite, celate lacrime,
Dietro sorrisi di plastica.
Ore spese confinando
Il buio dell’anima,
Là dove abita l’attesa, stagnante,
Nella paura del domani.
E ti ritrovo ancora,
A sfiorar con le dita
I bordi di una rosa di cartapesta,
Alla quale il tempo
Ha lentamente smussato gli angoli.
Tremula, protende l’insicurezza
Scheletrici rami, frutti ormai orfani
Del loro metrico rintocco.
Cadenzati battiti…
Dentro gli occhi della solitudine.
Lessico molto espressivo, immagini che nascondono anche agli altri una realtà sempre uguale, una solitudine dell’animo sofferta nel tempo, senza uno spiraglio di luce.
VINCITORI SEZIONE B – RACCONTO BREVE
PRIMO PREMIO – Il monologo – Giuseppe Borasi (Cadorago – CO)
Il sipario si stava per alzare sull’ultima scena, quella del monologo. La commedia infatti era così strutturata: tre atti congegnati secondo lo schema tradizionale del teatro di quell’epoca.
Il primo, che era anche il più corto, serviva a introdurre la vicenda e a delineare il carattere e la psicologia dei personaggi. Il primo personaggio a fare la sua comparsa era Giovanna Anselmi in Ruggero, madre della bella e spensierata Eleonora, fanciulla che aveva da poco compiuto il diciottesimo anno. Si vedeva Eleonora prendere lezioni di pianoforte e, nel farlo, la ragazza si distraeva di tanto in tanto, sognando una passeggiata nei prati in fiore vicino a casa, e la sua risata sonora tra i denti candidi come porcellana aveva l’effetto di distrarre anche Egidio Meloni, il maestro di musica venuto dalla città, forse anche più della gonna variopinta che lasciava troppo scoperte le ginocchia della sua allieva. Per l’occasione, la scenografia era arricchita da un magnifico esemplare di pianoforte a coda, tutto nero e lucido, che occupava il lato destro della scena, proprio accanto a un vecchio e consunto armadio a due ante. Lo sguardo vigile e inquisitorio della signora Giovanna non cessava di tenere sotto controllo la figlia e il maestro. Eppure, dietro la severità, i suoi occhi tradivano una vibrazione segreta, come se l’anima, imprigionata, cercasse spiragli per mostrarsi all’esterno. Giovanna Anselmi in Ruggero, la padrona di casa e titolare dell’azienda agricola di famiglia da un quarto di secolo, l’infallibile, imperturbabile e morigerata Giovanna.
Questo nel primo atto, sì perché nel secondo lei stessa non disdegnava sorseggiare tè e biscotti nella pausa del pomeriggio e soprattutto invitare a tenerle compagnia e ad un assaggio di quelle delizie anche il fattore Geremia. Costui era un uomo burbero e taciturno, dedito al lavoro nei campi fin da quando aveva imparato a muovere i primi passi, così silenzioso e diffidente da sembrare che odiasse l’umanità intera. Soltanto nei confronti di Eleonora pareva capace di indulgere in un sorriso e talora in una carezza; ma nei suoi occhi, duri e scuri come zolle arse dal sole, si accendeva un lampo di tenerezza che smentiva la maschera della sua vita. Eleonora, la fanciulla con quegli occhi celesti così simili a quelli del fattore e con la stessa voglia a forma di fiore dietro la schiena.
L’autore della commedia non aveva trascurato proprio niente, ammiccamenti, equivoci, un vortice di battute ad effetto e colpi di scena, congegnata con una bella industria di trovate.
Nel terzo e conclusivo atto faceva la sua comparsa pure un alto prelato, giunto fin lì per benedire la fattoria. E, come si sa, la protezione del Cielo è più efficace se quaggiù dalla Terra provengono spontaneamente generose regalìe, che Sua Eminenza proprio non poteva rifiutare. E il pubblico apprezzava, se è vero che ogni sera il teatro riusciva a fare il tutto esaurito. E gli attori, tutti bravi, davvero ed ognuno proprio contento della sua parte. Quasi tutti, tranne Ernesto Pieris, o meglio Fausto Ruggero, il personaggio da lui interpretato,
marito di Giovanna Anselmi.
E poi c’era quella cassa. Sì l’antica cassapanca di legno di quercia, proprio al centro della scena, in cui il povero Fausto, alias Ernesto, doveva restare per tutta la durata dei tre atti, ubriaco e spossato dopo una notte insonne. Infatti la commedia dava per inteso che il buon Fausto, la sera precedente le vicende del primo atto, rimasto solo nell’ampio salone della villa con i suoi pensieri e con una bottiglia di vino, che si sarebbe scolato in men che non si dica, al culmine di una crisi depressiva che lo perseguitava da diverso tempo, finisse per perdere l’equilibrio e caderci dentro, in quella cassa, richiusasi sopra di lui con un gran tonfo.
Avrebbe trascorso lì dentro almeno un paio d’ore, e al risveglio, prima che potesse rendersi conto della situazione, anziché dare immediati segni della sua presenza ed uscire dal suo improvvisato nascondiglio, sarebbe rimasto in ascolto, testimone non visto delle vicende dei tre atti. Il monsignore aveva appena concluso il suo sproloquio di smancerie e salamelecchi e stava per uscire di scena con ogni ben di dio tra le mani e nelle tasche. Le sue ultime enfatiche parole arrivarono attutite alle orecchie di Ernesto Pieris, come da un mondo lontano.
Sul palcoscenico non c’era più nessuno, solo quella cassapanca e un silenzio spettrale. Sapeva che in quel preciso istante Fausto Ruggero avrebbe dovuto recitare il doloroso monologo finale, quello in cui avrebbe confessato i continui tradimenti della moglie e l’identità del vero padre di Eleonora. Poi avrebbe estratto la pistola dalla tasca e si sarebbe tolto la vita.
Quella sera però non Fausto Ruggero, ma Ernesto Pieris aveva sostituito la rivoltella di scena con una vera, caricata con autentici proiettili. Con gesti lenti e pesanti si alzò dalla cassapanca, la scavalcò e nonostante la vista annebbiata, raggiunse il centro del palco. Per una imprevista coincidenza, che la Vita non di rado si diverte a programmare per i suoi personaggi più di quanto non faccia l’Arte stessa, un violento temporale aveva causato un corto circuito ai riflettori, proprio nel momento in cui il nostro Fausto era uscito dalla cassa, lasciando il palcoscenico nell’oscurità totale.
E quello non era destinato ad essere l’unico scherzo giocato dal fato quel giorno. Forse per il gran freddo di quella sera d’inverno o per un’epidemia influenzale, che in quei giorni era al suo apice, forse per il maggior richiamo di altri spettacoli concomitanti o forse solo per un improvviso disinteresse generale nei confronti dell’arte, quella sera neanche uno spettatore aveva deciso di acquistare il biglietto. Per un’altra serie sfortunata di coincidenze, che sia una dimenticanza della direzione del teatro o un difetto di comunicazione, nessuno lo aveva avvisato di questa triste evenienza. Non gli altri attori, che terminata la loro parte più per dovere che per convinzione, ormai avevano già abbandonato il teatro, senza attendere la conclusione dell’opera, non i tecnici, che erano al lavoro per riattivare le luci.
A occhi chiusi cominciò ugualmente a recitare la sua parte, con le parole che gli uscivano dalla bocca quasi fossero dettate da una qualche entità innaturale e nel buio, gli parve che altri occhi, invisibili e senza volto, lo osservassero dal vuoto della platea: specchi silenziosi che riflettevano la sua anima. Quando riaprì le palpebre, aveva recitato appena tre dei tredici minuti previsti: continuando a parlare, scrutò attraverso una foschia di polvere e non ebbe dubbio alcuno nel ritenere la sala completamente vuota. All’improvviso, quando finalmente fu ripristinato l’impianto di illuminazione e i primi due fasci di luce gli rivelarono la vacuità di quella sala, la sua recitazione non subì alcun danno da quell’intoppo: non il personaggio, che si liberò da quell’ostacolo con un semplice gesto della mano, come per scacciare il fastidio di un insetto, né l’attore, che per un moto di orgoglio e di reazione, o forse soltanto per la pura passione per il teatro, continuò a declamare il suo testo, come se non fosse successo nulla. C’era naturalezza nei suoi gesti, padronanza delle sue pose e controllata abilità della voce: una voce limpida, priva di eccessi e forzature, trattenuta o vibrante all’occorrenza, spontanea, delicata e partecipata, a tratti esausta, così da raggiungere un livello di perfezione assoluta.
Si sarebbe detta la migliore interpretazione di tutta la sua carriera. Al termine del monologo, la sua mano destra stringeva la pistola all’altezza della tempia e l’indice tamburellava fremente sul grilletto dell’arma, come un acrobata in equilibrio sul filo, mentre una lacrima, impastata di sudore e cerone gli scendeva lentamente sul collo.
Si paralizzò incerto alcuni secondi, indeciso sul da farsi, poi a passi stanchi percorse qualche metro fino al corridoio centrale del teatro che conduceva alle tende di velluto sul fondo, prima dell’uscita. Camminò tra le file delle poltrone, nel silenzio della sala sentiva solo il rimbombo dei sui passi. Ormai l’entrata del teatro era alle sue spalle e nell’umida oscurità della sera gli parve che le strade e le palazzine intorno fossero esattamente come se le ricordava, eccezion fatta per l’assurda sensazione di essere rimasto l’unico umano sopravvissuto a un olocausto nucleare.
Era come se l’umanità si fosse estinta, nessun segno di vita era percepibile. Non poteva fare a meno di domandarsi se la vita avesse potuto avere un significato diverso da quello che gli aveva dato fino ad allora se fosse rimasto davvero lui come l’unico essere vivente. Avrebbero avuto ancora un senso il dolore, la felicità o la sua stessa morte? Se l’unica visione del mondo era la sua, perché non esisteva più quella di nessun altro, sarebbe stata davvero più autentica? E l’arte, il teatro, il suo monologo avrebbero avuto una qualche importanza se non c’era più nessuno per ascoltarle? Nel mezzo di questi pensieri aveva intanto fatto ritorno al centro della sala, per prendere di nuovo possesso del palcoscenico. Accanto a lui, a destra della cassapanca si delineava una maschera bianca forata all’altezza degli occhi, con la bocca e il naso in leggero rilievo, come fosse un calco di gesso, sorretta da un’asta di metallo.
Fu nell’attimo esatto in cui quel volto eburneo e inespressivo era esattamente allineato davanti al suo che Ernesto Pieris fu assalito da uno sconforto totale, così profondo da privarlo di qualsiasi proposito, tale da sentirsi mettere a nudo: gli occhi senza anima del calco gli rimandavano indietro la sua stessa anima stanca, come un riflesso crudele. Senza una precisa convinzione, si trattenne stolidamente ancora un poco sul palco, come a ricevere l’applauso di un pubblico che non c’era. Fu quando vide il sipario chiudersi lentamente, che si sentì pervaso da un profondo torpore. Poi lentamente sparì dietro le quinte e raggiunse il suo camerino.
Amava quel luogo, dove si svolgeva ininterrotta ogni sua giornata e le occupazioni si intrecciavano con i suoi ozi. Solo qui poteva dire di sentirsi padrone di se stesso e della sua esistenza, appagato di trovare finalmente un punto d’appoggio a quella sua vita fatta di mutazioni e spostamenti. Tra quelle pareti si erano consumati i pensieri e le illusioni della sua carriera, l’ansia per l’attesa di una parte, di un’occasione, di un successo, le trepidazioni e le inquietudini per una prova decisiva. L’attore guardò la propria immagine riflessa in uno specchio sbiadito: i suoi occhi, stanchi e lucidi, si fissavano come un interrogativo infinito, specchio di segreti mai detti e di un’anima che non poteva più mentire.
Poi si alzò e si avvicinò alla porta. Per terra, in un angolo, un baule colmo di cianfrusaglie, di foto e articoli di giornale, e di sogni. Indugiò ancora un istante: nessuna urgenza di andarsene, quasi il rammarico di abbandonare quel guscio, custode di tutte le emozioni della serata e della sua vita.
Il monologo é una forma espressiva profonda: é un discorso pronunciato da una sola persona.
Esso è utilizzato particolarmente nel teatro, nella letteratura. L’autore del racconto, qui, appare con le parole “sipario”, “ultima scena, quella del monologo”, “commedia”.
Ernesto Pieris, il protagonista di questo racconto, pronuncia quel “monologo” rivolto ad un pubblico, che non c’é, ma a se stesso. E’ l’epilogo, come il teatro richiede: Pieris esplora le sua interiorità, i suoi pensieri.
L’autore del racconto congegna magistralmente il suo racconto con un sapiente utilizzo della tipologia teatrale: IL MONOLOGO
SECONDO PREMIO – Bambola – Francesca Tosello (Bologna)
I colori del mare erano talmente azzurri da sembrare finti, l’intera spiaggia in penombra.
Skylar era eccitata: gli occhi vispi e meravigliati osservavano ogni angolo il più velocemente possibile per non perdersi niente.
Schizzavano da un’onda all’altra, come se stessero inseguendo il boccino di Quidditch, cercando di trovare quella più bella.
Le dita affusolate erano bloccate sulla fotocamera, incerte se iniziare a scattare o se godersi prima il panorama.
Temeva che tutto scomparisse come per magia, tanto sembrava un sogno. Doveva sbrigarsi a imprigionare quella meraviglia, prima di risvegliarsi. “Skylar”. La richiamai stendendo il mio telo viola, fermandolo con i sassi anche se non c’era ancora vento.
Avevo paura che non venisse, tanto era intenta a riempirsi gli occhi di quei colori. Mi raggiunse camminando, a suo agio sui sassi, con il sorriso dipinto in volto, gli occhi luccicanti anche
in ombra. “Hai visto che meraviglia? Non so da che parte cominciare. Tutto quello che vedo meriterebbe almeno una foto!” La sua voce era esaltata, più alta del solito. I suoi occhi non guardavano me, erano persi in ogni direzione, confermando le sue parole.
Skylar non era una persona da un solo scatto perfetto, e non aspirava ad arrivarci. Più le piaceva quello che ammirava, più scatti faceva.
Una sera, mentre scorreva le foto del giorno, mi spiego che per lei ogni scatto era unico a suo modo, anche se da un occhio esterno le foto apparivano uguali.
Anche solo una sfumatura in più, un’inclinazione leggermente modificata, le rendeva foto diverse l’una dall’altra. Entrambe magnifiche.
Amavo quando mi parlava della fotografia, la sua passione più grande. Mi sentivo speciale, unica a poter ascoltare i suoi ragionamenti, i suoi pensieri, la sua visione delle cose.
Ogni volta che mi raccontava qualcosa che io non sapevo, qualcosa di sé, qualcosa del mondo, era come se mi prendesse per mano e mi trasportasse in un altro mondo. Dentro alla sua mente, dentro ai libri che studiava, nel suo cuore.
Era un onore per me sapere perché i suoi occhi brillassero, e che stasera avrebbe speso una mezz’ora in più a riguardare gli scatti.
E potevo anche immaginare, che oggi avremo avuto un centinaio di foto solo su quella spiaggia. Ebbene sì, mi sorpresi gelosa di quel mare, di quella spiaggia, perfino di quel vento che tardava ad arrivare.
Volevo che lei mi guardasse nello stesso modo in cui osservava le onde, con gli occhi oltre l’orizzonte, lo sguardo perso in sogni che potevo solo immaginare.
Volevo che mi raccontasse quello che pensava, come le sere stese sul suo letto, avvolte dai teli bianchi della doccia. Volevo che si perdesse nei miei occhi come se fossero l’orizzonte.
Ora, il vento le scompigliava i capelli scuri, illuminati dal sole che ci stava raggiungendo a gattoni. Eravamo arrivate qui presto, solo ombra, il sole stava arrivando timidamente solo ora, illuminando l’azzurro chiaro delle onde e donandomi un po’ di calore.
Adesso le sue mani erano più convinte, estasiate dal luccichio delle onde reso dal sole. L’indice della mano destra posato sul pulsante per scattare, immortalando il primo ritratto della spiaggia, sicuramente il primo di molti.
Sapevo che quella gelosia era infondata e inutile, ma volevo essere io al centro del suo obiettivo, sentivo il mio cuore ordinarmelo.
Dopo tutte le attenzioni dei giorni scorsi, mi innervosiva essere messa da parte, mi mancavano i suoi occhi su di me.
Così, nonostante facesse ancora freddo, mi spogliai rimanendo in costume, sciolsi i capelli e mi diressi a piccoli passi verso il mare – non so come facesse Skylar, a me i sassi facevano un male cane.
Lei stava ancora scattando, usando il mare come suo modello.
E io, dandole le spalle, mi misi tra loro due.
Aspettai interminabili secondi di sentire la sua voce dire di spostarmi, invece mi accolse solo il silenzio e il fragore delle onde, finché non sentii un primo scatto isolato.
Sorrisi istintivamente, dandole le spalle completamente per impedire che lo vedesse. Proseguii ancora qualche passo prima di girarmi a controllare che stesse veramente fotografando me invece di aver cambiato semplicemente posto.
Il mio cuore sospirò soddisfatto quando scorsi il mirino centrato su di me, non si mosse di una virgola. Un pezzo del mio cuore rimase intrappolato lì quando mi voltai, un nuovo sorriso sul mio volto. Ero di nuovo il suo obiettivo, e ne ero incredibilmente soddisfatta.
Sentii la mia parte infantile gridare al mare che ora io ero la protagonista, non quelle onde magnifiche di un azzurro innaturale.
Non ho mai avuto manie di protagonismo, non mi è mai piaciuto essere al centro dell’attenzione, osservata. Ma mi piaceva essere guardata da lei, solo da lei.
Con Skylar tutto era diverso, io ero diversa.
Così arrossii dirigendomi verso la schiuma delle onde, ignorando l’ipotermia ai piedi.
Il mare era gelato. Triste di non essere più al centro della scena?
In quel momento mi piaceva pensare al mare come un’anima viva infastidita che io, una mortale appena abbronzata, abbia rubato la scena ad una principessa di mare più azzurra del cielo. E poi, sembrava proprio che stesse cercando di ribaltarmi, contando quante volte avevo già rischiato di cadere (ma forse quella era anche colpa dei sassi).
Pregai il mio equilibrio di non tradirmi adesso, entrando lentamente in acqua, consapevole di avere una fotocamera puntata sulla mia schiena. Ringraziai comunque il mare per lo splendido sfondo che mi stava offrendo, rilassando il mio battito con quello delle onde.
“Margaret.”
Dopo nemmeno qualche minuto la sua voce mi raggiunse in acqua, io ero bagnata solo fino alla vita – sembrava di entrare in una vasca piena di cubetti di ghiaccio.
Mi voltai per incontrare i suoi occhi, le sue guance erano leggermente rosse, più per l’imbarazzo che per il freddo. Strano, per Skylar, non l’avevo mai vista imbarazzata, trovai la cosa… interessante.
Indossai un sorriso rassicurante, celando la curiosità che mi cresceva dentro.
“Vuoi posare per me?”, chiese. Così, con nonchalance, come se mi avesse domandato cosa volessi m a n g i a r e p e r p r a n z o .
Sembrava non esserci più imbarazzo in lei, mentre le mie guance erano andate a fuoco nonostante i miei disperati tentativi di rimanere calma.
In quel momento sarei voluta essere completamente sott’acqua, sommersa dal mare invece che dall’imbarazzo.
“Mi farebbe piacere”, aggiunse. “Mi piaci come modella.”
La sua voce aveva una nota dolce, non riuscii a concentrarmi sul resto. Il mio cervello era troppo fuso per ragionare sulle sue parole.
Annuii inconsciamente, non riuscendo a dire di no a quegli occhi neri che mi entravano nell’anima senza chiedere permesso.
Per un attimo mi sembrò quasi che fosse sorpresa, ma non disse una parola, e le scese di nuovo quella maschera che mi impediva di leggerla.
Si limitò ad uscire nuovamente dall’acqua e riprendere in mano la fotocamera. Un brivido mi percorse la schiena. Skylar sarebbe stata il mio inizio, o la mia fine.
In entrambi i casi, mi sistemai i capelli su una spalla mentre il sole le baciava il viso.
Timidamente eseguii tutto quello che mi chiedeva, non domandando nulla, manichino completamente inerme al suo volere.
Arrivai anche a bagnarmi del tutto, miracolosamente riuscendo a non entrare in ipotermia, tremare durante gli scatti. Cosa che accadde poco dopo.
Quando mi richiamò a riva sembrava soddisfatta del risultato, e io ero altrettanto grata del sole sulla mia pelle.
Mentre ancora tremavo, riuscii a sorridere, innamorandomi del suo sguardo mentre scorreva le ultime foto, mostrandomele come se fossero capolavori d’arte.
Come non potevo? C’ero io in quelle foto! Il suo sorriso era lì grazie alle mie abilità di… bambola. Mi ringraziò come se fossi stata io a sistemare le angolature per trovare la luce perfetta, a rendere io quel set fotografico un momento speciale per entrambe, trasformando ogni scatto in qualcosa di unico.
Mi chiese di posare per lei ancora per un po’, a riva, ed io accettai di buon grado, lasciandomi asciugare dal sole ormai alto nel cielo.
Poi, quando mi chiese di tornare in acqua la guardai confusa, pensando che volesse rifare qualche scatto.
In ogni caso ci tornai volentieri, il sole mi aveva completamente asciugata e stavo iniziando ad avere caldo.
Dopo pochi minuti mi raggiunse anche lei, senza macchina fotografica.
Si immerse nelle onde agevolmente, risalendo a pochi centimetri dal mio viso.
Mi stupii da quanto fosse veloce sott’acqua e arrossii per la sua vicinanza.
Mi lasciai cingere la vita mentre lei era intenta a osservarmi con quei suoi occhi scuri.
A ogni secondo che trascorreva, mi sentivo sempre più rossa.
“Sei stupenda”, sussurrò.
Il mio cuore fece una capriola, forse due.
“Baciami.”
Chiusi gli occhi e respirai il profumo del mare.
Amo essere la sua modella.
E’ un modo di essere affrontato con sensibilità e naturalezza. Sono immagini, sentimenti, situazioni vissute soprattutto da una delle due protagoniste, che si esternano nel dolce sorriso dell’altra.
TERZO PREMIO – Negli occhi del nemico – Silvia Vianello (Roma)
All’alba, la polvere si alzava lenta.
Il vento strisciava basso, sinuoso.
Le case crollate continuavano a crollare ed ogni tanto un mattone decideva di arrendersi più tardi degli altri.
Fuoco!
Il giorno non aveva colore.
Lui avanzava a scatti, ginocchia dure sotto il peso, dita umide sul metallo. Il respiro non bastava, entrava spezzato, usciva amaro. Ogni passo misurava la distanza tra un colpo e la memoria di un colpo.
Lei stava dietro un muro sbrecciato. Ascoltava l’aria tremante, un chiodo che vibrava, una mosca, la paura. Il fucile pesava. La bocca aveva sete. La lingua, asciutta, cercava saliva.
Un sibilo lontano tagliò il cielo. Poi, un tonfo, qualcuno smise di esistere senza rumore. Un grumo di polvere s’alzò lento e si posò sui sandali di un morto. Le mosche trovarono lavoro.
Fuoco!
Si videro.
I loro cuori dimenticarono un battito.
La linea tra i due si tese.
Lui alzò l’arma. Il gesto venne da solo, riflesso della palpebra alla luce.
Lei alzò l’arma. Il braccio obbedì prima del pensiero.
Gli occhi si toccarono. E qualcosa si incrinò.
L’odore cambiò per un istante. Dentro la polvere comparve l’idea dell’acqua, e l’acqua non c’era. Il corpo ricordò, non la mente.
Lui vide nei suoi occhi una stanza senza guerra.
Un piatto, una tenda leggera, la linea di una spalla senza peso.
Vide la fatica che non chiede applausi.
Vide un’assenza. Nessuna bandiera.
Lei vide nei suoi occhi il tremito che precede il coraggio.
Vide un campo verde in un luogo che non esisteva più, terra, una risata breve.
Vide un vuoto. Nessuna patria.
Dietro, qualcuno urlò.
Fuoco!
La parola arrivò tagliente, ma si spuntò nell’aria.
Non spararono.
Il dito di lei cercò il grilletto e lo lasciò.
Il dito di lui lo trovò e lo ignorò.
Le canne scesero di un grado, poi di due, poi di quanto basta perché la morte concedesse qualche istante ancora.
Fuoco!
Un colpo partì altrove. La pallottola entrò in un sacco di sabbia e si spense in polvere fine.
Un’altra scheggia cadde dal tetto, fece un suono vuoto, rotolò fino a una mano rigida e lì si fermò.Il silenzio non fu saturazione.
Ogni cosa suonava dentro, non fuori.
Lui tremava nelle spalle. Era peso abbandonato.
Lei tremava nel respiro. Era riconoscimento.
La guerra restava intorno, intera, affilata, fedele a sé stessa. Ma tra loro, in quel metro e poco più, non entrava. Si fermava. Pioggia contro il vetro. Faceva rumore, bagnava tutto, non toccava.
Il mondo insisteva.
Fuoco!
Una radio gracchiò ordini con voce di latta, un elmo cadde da qualche parte, un nome venne chiamato
senza risposta. Ma lì, sulla soglia, accadde l’impossibile.
Gli occhi dell’uno reggevano il peso dell’altra.
I colori si spostavano.
La terra diventava carne, la carne diventava terra.
Le medaglie diventarono cerchi senza senso.
I gradi, tasselli staccati.
Ciò che restava in piedi era poco.
Lui ricordò che anche la paura ha una dignità, quando non scappa.
Lei ricordò che anche la forza ha un limite, quando non ferisce.
Fuoco!
Una voce strappò le distanze.
Non arrivò.
O arrivò e non trovò posto.
Le parole, in guerra, amano la velocità.
Lo sguardo pretende lentezza.
Lì vinse lo sguardo.
Le armi si fermarono a metà strada tra l’alto e il basso.
I corpi rimasero in mira, ma la mira non aveva più bersaglio.
Una mosca scelse la spalla di lui, poi cambiò idea, andò sulla guancia di lei, poi su un casco ammaccato. Aveva più saggezza di molti uomini. Non distingueva.
Il sole provò a farsi largo.
Fallì.
La luce rimase un’intenzione.
Tuttavia bastò a disegnare due ombre nette che avanzavano, si fermavano, respiravano a specchio.
La bocca di lui si schiuse appena e l’aria gli entrò dentro e lo graffiò.
La bocca di lei si chiuse per trattenere un suono che non voleva essere pianto.
Il cuore faceva rumore in gola, non nel petto.
La vita aveva salito altri gradini.
Fuoco!
Qualcosa, sopra di loro, cigolò. Una porta senza casa oscillò lenta. Sopra, un pezzo di carta aderiva al legno come pelle. C’era una parola spezzata. Poteva essere festa, fede, fermati. Il vento non tradusse.
Lui abbassò lo sguardo sulla propria mano. Non riconobbe le nocche. Appartenevano a tutti.
Lei guardò la linea del braccio. Non era più un confine. Era un ponte.
Non si dissero nulla. Le frasi invecchiano in fretta dove la vita corre.Rimasero così.
Due corpi in uniforme che non erano più uniformi.
Fuoco!
Una granata lontana tremò nel suolo e la vibrazione salì dalle caviglie alle mascelle. Il denti stridettero. Alcuni passarono con passo affrettato, curvi, caricando assi su una carriola.
Non li videro.
La tregua, quando è vera, è invisibile.
La gola bruciava. La sete graffiava le labbra. La lingua cercava acqua nella memoria. Un bicchiere spaiato, un rubinetto che tossiva, una fonte che cantava piano dietro un muro. Non importava di quale parte fosse quel muro.
L’acqua non prende bandiere.
Neppure lo sguardo.
Fuoco!
Uno scroscio improvviso, poi ancora polvere.
Il cielo non decideva.
Nemmeno loro.
L’indecisione smise di essere colpa e divenne cura.
Non scegliere di ferire è una scelta.
Il corpo pesava, e nel peso c’era il vivente. La pelle tirava, e nel tirare c’era la misura. Il sangue pulsava, e nel pulsare c’era assenso.
Restarono sulla soglia.
La guerra bussava forte da ogni lato.
Lo sguardo teneva la porta con un palmo.
Reggeva.
Il silenzio li inghiottì.
I suoni continuavano. Il sibilo, il metallo, un rantolo lontano di qualcuno. Ma tutto fu risucchiato in una sostanza più lenta.
Ogni cosa si allargò, perché il tempo, stanco, aveva smesso di contare.
Il dito di lei tremò. La vita tornò nelle vene.
Lui sentì il sangue scendere dalle braccia alle mani, farsi caldo, pesante.
I corpi, dopo mesi di gelo, ricordarono improvvisamente di essere vivi.
L’aria tra loro diventò materia.
Li avvolse, li separò, li mise insieme.
Nella polvere si mossero particelle luminose, brandelli di sole e di fumo danzanti.
Anime senza posto.
Il mondo fuori correva.
Esplosioni, urla, richiami.
Ma dentro quella bolla immobile, il tempo si distese, perdendo i margini.
Un secondo si fece largo come una vita.
Un battito durò quanto un inverno.
Il presente cessò di essere adesso.
Fu sempre.
Lui la guardò, vide e qualcosa cedette.
Non fu un pensiero, fu un moto profondo, un istinto di disarmo.Gli occhi di lei si fecero voragine, un pozzo dove la luce si curvava su sé stessa.
Lui non vide più il colore, vide il dentro.
Entrò.
Scivolò oltre la superficie, oltre il riflesso, fino al respiro.
Avanzò senza muoversi, lasciando il corpo fuori.
Dentro c’era il mondo.
Camminò nel buio dei suoi occhi, dove ogni passo era ricordo, e ogni ricordo era luce.
L’aria non aveva peso. L’odore della guerra si dissolse. Le voci si fecero lontane, le bombe tacquero.
La vide.
C’era quiete.
C’era la verità di una vita intera.
Vide tutto.
La fatica, il freddo, la fame, i giorni che gli avevano scorticato la coscienza.
Vide l’essere.
Niente nome, niente Dio, niente patria, niente fronte.
Solo l’anima che respirava la sua stessa stanchezza.
Lei lo guardò, vide e la realtà si inclinò.
Fu vertigine, fu richiamo.
Gli occhi di lui la trattennero.
Non c’era colore, né pupilla, né riflesso. C’era profondità.
Un pozzo rovesciato che saliva verso di lei.
Cadde.
Non in avanti, ma verso l’interno.
Ogni suo respiro fu risucchiato da quel punto d’ombra.
Scese attraverso la luce, un abisso trasparente che non faceva paura.
Niente muri, niente rumore, solo un battito.
Attraversò il silenzio e lo sentì cedere, e il tempo si piegò facendole spazio.
Lo vide.
Vide la creatura nascosta sotto la divisa, quella che non aveva giurato nulla.
Vide tutto.
Il calore di una vita vissuta al freddo, mani che avevano costruito e distrutto, ferite che non cercavano giustizia ma tregua.
Vide l’essere.
La crudeltà, la tenerezza, il tremore.
Ogni cosa respirava.
Le anime si trovarono, si riconobbero.
Erano della stessa sostanza.
In quel vedersi reciproco, smisero di appartenere a qualcosa.
Le armi scesero del tutto.
La polvere salì in piccoli vortici.
Il vento trovò spazio per passare tra loro e li toccò curioso.
L’odore di sangue si fece umano.
Poi qualcosa si mosse alle spalle.
Fuoco!Un’ombra, un rumore, il ritorno del tempo.
La guerra bussò di nuovo.
Ma loro non la riconobbero.
Rimasero così, immobili, a un passo dal rumore, persi l’uno nello sguardo dell’altra.
Il mondo esplodeva e a loro non importava.
Dentro quella fessura, l’universo respirava piano, e il dolore, per un istante, trovò rifugio.
Fuoco!
Il tempo tornò a scorrere.
Lui si voltò per primo.
Lei fece lo stesso.
Non si dissero nulla.
Non si rividero mai più.
Ma tra polvere e ferro, dove due armi si spensero senza motivo, restò sospeso un attimo che non finì mai.
Un battito senza misura.
Un buco del tempo in cui la guerra, per uno sguardo, morì.
Racconto originale, tutto un susseguirsi di frasi brevissime, molto incisive, con la ripetizione quasi ossessiva della parola “fuoco ! ” . Immagini dure, coinvolgenti, che fanno cogliere il senso profondo della realtà: è la guerra !
Due soldati nemici, un uomo e una donna, a poca distanza l’uno dall’altra, si affrontano con l’ arma in pugno. Un succedersi incalzante di movimenti, in silenzio, solo gli occhi ad esprimere il loro stato d’animo…Non sparano, si allontanano: anche solo per un attimo, vince la vita, muore la guerra.
VINCITORI SEZIONE C – FOTOGRAFIA
PRIMO PREMIO
Chennai – Pierluigi Gusmeroli (Veduggio con Colzano – MB)
In un ambiente reale uno sguardo naturale e uno artificiale.

SECONDO PREMIO
Questione di sguardi – Mariateresa Carniti (Crema – CR)
Un’ immagine ben costruita nei volumi e nei colori nella naturale diversità degli sguardi.

TERZO PREMIO
Perchè Non capisco emozioni e smarrimento – Mara Masi (Monte San Pietro – BO)
Uno sguardo profondo segnato dell’età e dallo smarrimento dovuto ad un momento preciso della nostra storia.

La giuria ha inoltre segnalato le fotografie:
La tenerezza della vita – Massimo Zanardi (Lerici – SP)

Gli occhi… la finestra spia del nostro cuore – Mara Masi (Monte San Pietro – BO)
